Page 48 - Sermone sul Cantico dei cantici (II)
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lontano le cose alte (Sal 137,6). Badiamo a questo dico, perché siamo attenti a
prepararci ai salutari salti dello Sposo, affinché, nel caso che ci trovi indegni
della sua visita, non passi oltre da noi come già fece con i monti di Gelboe. Che
hai da insuperbirti, terra e cenere? Anche dagli Angeli è passato oltre il Signore,
avendo in esecrazione la loro superbia. Serva dunque il rifiuto degli Angeli alla
emendazione degli uomini; e stato scritto difatti per la loro correzione.
Concorra al mio bene anche il male del demonio, e lavi le mie mani nel sangue
del peccatore. «In che modo?», chiedi. Senti. Certamente al diavolo superbo
risuonò come bruciante tortura quella orribile e spaventosa maledizione riferita
da Davide che dice di lui, rappresentato da Gelboe, come abbiamo detto: Visiti il
Signore i monti che sono all’intorno, ma da Gelboe passi oltre.
8. Veramente io, leggendo questo e rivolgendo gli occhi su me stesso,
guardandomi bene, mi vedo infetto da quella peste che il Signore ha tanto
aborrito nell’Angelo da costringerlo a passar oltre da lui mentre si degnava di
concedere la grazia della sua visita ai monti circostanti, sia degli Angeli che
degli uomini; e allora, pieno di timore e tremore dico a me stesso: «Se così è
stato trattato l’Angelo, che sarà di me che sono terra e cenere? Quello si è
insuperbito nel cielo, io nell’immondezzaio. Chi non troverà meno intollerabile
la superbia nel ricco che nel povero? Guai a me! Se è stato trattato tanto
duramente quel potente per essersi innalzato, che cosa si esigerà da me che
sono misero e superbo? Del resto già sconto la pena, già soffro l’acerbo castigo.
Non senza ragione da qualche tempo mi sento l’animo invaso da un certo quale
languore, da una aridità della mente e da una insolita inerzia dello spirito.
Correvo bene; ed ecco una pietra di inciampo nella via: vi ho urtato e sono
caduto. È stata trovata in me la superbia, e il Signore, adirato, si è allontanato
dal suo servo. Ecco la ragione di questa sterilità dell’anima mia, e della carenza
di devozione di cui soffro. Come mai si è così disseccato il mio cuore, si è
coagulato come latte, è diventato come terra senza acqua? Né riesco a spremere
lacrime di compunzione tanta è la durezza di cuore. Non ha gusto per me il
Salmo, non ho voglia di leggere, non provo piacere a pregare, non mi vengono,
come di solito, pensieri nella meditazione. Dov’è quell’ebbrezza di spirito?
Dov’è la serenità della mente e la pace, e il gaudio dello Spirito Santo? Perciò mi
sento pigro nel lavoro manuale, sonnolento alle vigilie, irruente nell’ira,
pertinace nell’odio, più indulgente alle chiacchiere e alla gola, meno ardente e
più ottuso nella predicazione. Ahimè! Il Signore visita tutte le montagne che mi
stanno intorno, ma non si avvicina a me. Sono forse per caso di quelle colline
che lo Sposo ha scavalcato? Vedo infatti un altro che si distingue per astinenza,
un altro di un’ammirabile pazienza, un altro profondamente umile e mansueto,
un altro di molta misericordia e pietà, un altro che nella contemplazione va di
frequente in estasi, quest’altro che con l’insistenza dell’orazione bussa e penetra
i cieli e altri ancora che eccellono in altre virtù. Considero costoro, dico, tutti
ferventi, tutti devoti, tutti unanimi in Cristo, tutti ricchi di doni celesti e di
grazie, come davvero molti spirituali visitati dal Signore, e che ricevono
frequentemente lo Sposo che sale in essi. Io, invece, che non trovo in me