Page 108 - Sermone sul Cantico dei cantici (II)
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diletta e veramente degna di essere amata, perché ama molto. Cerchiamo con
chi parli, perché sappiamo di chi parla. E non si presentano altri interlocutori al
di fuori delle giovinette, le quali non possono stare lontano dalla madre quando
lo Sposo se n’è andato.
II. Ma è meglio che riteniamo, penso io, che ella abbia parlato a se stessa, e non
con un altro, specialmente perché la stessa espressione è tronca e non sembra
aver senso, insufficiente davvero a far comprendere a chi ascolta. E
normalmente noi parliamo tra di noi soprattutto per farci comprendere. Il mio
diletto è a me e io a lui. Niente più? La frase è sospesa, non solo, ma manca
qualche cosa. L’uditore pure rimane sospeso, né viene informato ma reso
attento.
3. Che cosa significa «lui a me e io a lui»? Non sappiamo che cosa voglia dire
perché non sentiamo quello che lei sente. O anima santa, che cosa è per te quel
tuo, e che cosa sei tu per lui? Quale, di grazia, è questa vostra vicendevole
disponibilità che vi scambiate con tanta familiarità e devozione? Egli è a te, e tu
a tua volta a lui. Ma che cosa? Sei tu per lui lo stesso che lui è per te, o diverso?
Se parli a noi, alla nostra intelligenza, dicci chiaramente quello che senti. Fino a
quando ci tieni sospesi? O, secondo il Profeta, il tuo segreto lo tieni per te? È
così: ha parlato l’affetto, non l’intelletto, e perciò non all’intelligenza. A che cosa
dunque? A nulla. Se non che piena di meraviglioso diletto e fortemente
bramosa verso i desiderati colloqui, quando egli vi pose termine non poté tacere
del tutto, né fu in grado di esprimere quello che sentiva. A questo non erano
dirette le parole che disse, ma solo per non tacere. Dall’abbondanza del cuore la
bocca ha parlato, ma non per esprimere quell’abbondanza. Gli affetti hanno le
loro parole con le quali, anche quando non vogliono, si tradiscono. Quelle del
timore per esempio sono meticolose, quelle del dolore gemebonde, e quelle
dell’amore gioconde. Forse che i pianti dei sofferenti, i singulti degli afflitti o i
gemiti di chi è sottoposto alle percosse, e così le grida improvvise e strazianti di
chi è colto da spavento, o anche i rutti di chi è sazio sono creati dall’usanza o
eccitati dalla ragione, o prodotti liberamente, o premeditati? Certo queste cose
nonescono per un cenno dell’animo, ma erompono per un movimento istintivo.
Così l’amore ardente e veemente, specialmente quello divino, quando non
riesce a contenersi in sé non bada a quale ordine, per quale legge, attraverso
quali numerose o poche parole si sfoghi, purché non senta da ciò alcun danno
per sé. Talvolta non cerca neppure delle parole, contentandosi di sospiri. Di qui
deriva che la sposa, infuocata di santo amore e questo in modo incredibile, per
quanto si può dedurre dal quel po’ di irradiazione del fuoco che la infiamma,
non bada a quello che dice o come lo dica, ma erutta, più che esporre quanto le
viene in bocca sotto la spinta dell’amore. Che cosa non dovrebbe eruttare lei
cosi nutrita, così piena?
4. Ripassa il testo di questo epitalamio dall’inizio fin qui, e vedi se in tutte le
visite e in tutti i colloqui dello Sposo sia stata data mai tanta abbondanza di